venerdì 6 gennaio 2012

NO LOGO, 10 anni (e più) dopo...


No Logo, il libro di Naomi Klein, la ormai famosa scrittrice giornalista canadese, è uscito nel 2000... io l'ho letto solo pochi giorni fa... recuperato per qualche euro in un mercatino di libri usati (che adoro e nei quali passerei giornate intere).
Sarà che dieci anni fa non ero pronta e in un certo qual modo ho snobbato il "primo testo della cultura No-global" o almeno così si diceva. No Global? all'epoca pensavo che si riducesse a poche persone che si opponevano allo sviluppo e al progresso, contro la cultura capitalistica, quella dove siamo vissuti e cresciuti tutti noi figli degli anni "ottanta", e non solo noi. Un piccolo gruppo di poveri figli di papà, annoiati e cannaioli in cerca di diversivi fino al giorno in cui avrebbero messo la testa a posto occupando finalmente, come il figliol prodigo della parabola, la scrivania a loro dedicata nella holding di papà. Sì insomma avevo 20 anni ed ero un po' PREVENUTA? Sì., decisamente sì. Ai primi anni di università circondata da veri e finti radical, radical chic, new radical, radical post comunism...e decisamente non era il momento (almeno per me) per aprire la mente e cercare di comprendere nuove ideologie (che in quel momento pensavo false e vane)... la mente anche se più giovane non era certo così elastica e aperta (o forzatamente aperta) come oggi.
Sulla scia della consapevolezza di vivere in un mondo fatto di immagine e di sfruttatori ho iniziato la lettura di quello che si è rivelato un vero e proprio saggio documentato e con vari spunti di approfondimento della cultura del brand.

Non voglio fare unba recensione, ma per farvi capire di che si tratta riporto quanto trovato su wikipedia:
"La prima parte del saggio è dedicata principalmente a un'analisi della storia del fenomeno del branding e alle sue ripercussioni sulle dinamiche del lavoro. Nello specifico, Naomi Klein afferma che negli ultimi vent'anni avrebbe avuto luogo un radicale cambiamento nel capitalismo: se prima era centrale la fase della produzione di merci, ora quest'ultima diventa marginale e trascurabile, mentre si impiegano sempre più forze e denaro sul marchio e sulla proposta di una serie di valori immateriali ed ideali da collegare ad esso, con lo scopo di crearsi una propria fetta di monopolio. Le ingenti risorse monetarie che queste strategie richiedono derivano dal risparmio sulla produzione, che viene dislocata nei paesi del Terzo mondo dove l'azienda può sfruttare impunemente la manodopera operaia. In questo contesto viene presentata un'analisi approfondita della realtà delle Export Processing Zones dell'Asia e dell'America latina (incluso un resoconto di una visita della giornalista nell'EPZ di Cavite), in cui gran parte delle imprese a cui i grandi marchi internazionali (Nike, Reebok, Adidas, Disney ecc.) subappaltano gran parte della loro attività produttiva.
La seconda parte del saggio descrive numerosi movimenti di reazione alle politiche applicate dai grandi marchi, da "Reclaim the Streets" alle pratiche del culture jamming. In questo contesto vengono tratteggiate le "storie di successo" relative agli attacchi volti da questi movimenti ad alcuni marchi (come Nike, McDonald's e Shell)."

Ok, sono passati ormai 12 anni, ma il libro è una fonte incredibile di ispirazione e di riflessioni, leggendolo non si può rimanere indifferenti, ma i fatti trattati risalgono a 12, 13, 15 anni fa e quindi l'animo riesce a rielaborarli in maniera più distaccata. Non ho trovato ricette, né grandi esempi ben riusciti di lotta continua al marchio, non ho trovato nemmeno soluzioni sicure allo sfruttamento delle zone povere, né al precariato ma quanto meno mi ha aiutato a capire come e perché oggi ci troviamo in questa situazione. Insomma l'analisi completa, dettagliata e accurata di quanto fatto dalla Klein più di 10 anni fa mi ha aiutata a capire come mai oggi ci ritroviamo in piena crisi, senza sicurezze per il futuro e così incazzati. Forse non è una caso che mi sia ricapitato tra le mani oggi e non ieri, se l'avessi letto 10 anni fa non avrei capito nulla e non mi sarebbe nemmeno servito a fare previsioni per il futuro.
Se l'avete nelle vostre librerie, e se vi va, rispolveratelo...

Concludo con una piccola riflessione, un po' polemica... No Logo, il saggio dell'antibrandizzazione, della controcultura, dell'interferenza culturale, è di fatto un marchio registrato.


Se volete una buona recensione del libro l'ho trovata qui: http://www.musil.it/letture/NoLogo/NoLogo-recensione.htm

mercoledì 4 gennaio 2012

L'azione grafica. Esempi "buoni e cattivi" di ciò che ci circonda e che a volte non vediamo

L'azione grafica intesa come compartecipazione alla comunicazione visiva della nostra società. Ad esempio le trasformazioni punk dei cartelli stradali che vengono modificati aggiungendo significato senza far perdere il senso del messaggio originale, l'interferenza dell'arte visiva nella comunicazione visiva di ogni giorno. Rumore o sinfonia? La giusta risposta a mio avviso sta nella misura, oltrepassare la linea che divide interferenza culturale e spam.
L'autore di queste opere è Clet Abraham, artista francesce che opera in Firenze in rete sono molte le pagine che parlano di lui (articoli, interviste e recensioni, ha anche un profilo facebook). L’artista di strada, è proprio il caso di dirlo, opera anche a Londra, Parigi Milano e Firenze e finora ha modificato oltre cinquemila segnali stradali, collezionando nelle piccole città una certa quantità di denunzie da parte delle autorità municipali. Ne avete mai visti nelle vostre città?




giovedì 10 febbraio 2011

FotoGraficAzione

Online il nostro nuovo blog interamente dedicato a fotografia, grafica e comunicazione... Spunti, riflessioni, suggerimenti e molto altro ancora sul e dal mondo della fotografia e della grafica. un nuovo modo di condividere con il mondo le nostre passioni farci conoscere e crescere!